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Adelmo Cervi con la Rivoluzione Bolivariana: dobbiamo vincere questa battaglia

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Adelmo Cervi con la Rivoluzione Bolivariana contro imperialismo e fascismo: dobbiamo vincere questa battaglia.


 

Adelmo Cervi, figlio di Aldo Cervi dei "Sette Fratelli Cervi" esprime la sua solidarietà e il suo appoggio al Governo Bolivariano del Venezuela e al suo Presidente Nicolas Maduro, nella battaglia contro l'imperialismo e il fascismo.

 


 

 

 

La famiglia Cervi come tutti, assiste all’ondata repressiva che dal 1924 in poi il Fascismo scatenerà sulla nazione. Tanti antifascisti e dissidenti vengono colpiti dallo stato di polizia  che il regime distende sulla vita pubblica degli italiani. Tra i Cervi, il primo a conoscere le pene del carcere è Aldo, il terzogenito, per una ingiusta condanna durante il periodo di leva. Mentre la famiglia continua a chiedere giustizia, Aldo passa 25 mesi dietro le sbarre a Gaeta, dove ha modo di conoscere i prigionieri politici: intellettuali e esponenti dei movimenti antifascisti che sono in carcere per le proprie idee contro il nuovo potere dittatoriale. E’ proprio il carcere che porta Aldo a conoscere le teorie politiche antifasciste, e a interpretare il proprio impegno per la libertà in modo più maturo e consapevole.


Essere antifascisti durante il regime, però, significava agire in stretta clandestinità, e al ritorno dalla detenzione nel 1932, Aldo Cervi è ben consapevole del rischio, insieme ai fratelli e ai familiari che iniziano da subito a condividere quell’impegno. Anche la cultura, a cui i Cervi sono tanto appassionati, era caduta sotto i colpi del regime. Non stupisce dunque l’iniziativa della famiglia per l’istituzione di una biblioteca popolare, allo scopo di diffondere liberamente libri e riviste di ogni tipo. Aldo e la sua famiglia sono consapevoli che lo studio e la circolazione delle idee sono il primo antidoto contro la propaganda e l’arroganza della dittatura: come amavano dire, “Studiate, se volete capire la nuova idea!”.


Nelle campagne, il regime faceva sentire la sua morsa attraverso l’ammasso, una sovratassa sui raccolti imposta a tutti gli agricoltori. In pratica una porzione dei prodotti agricoli veniva confiscata ed “ammassata” in depositi pubblici a disposizione delle autorità, togliendo letteralmente il pane di bocca alle famiglie contadine. I Cervi, ben consci della dura vita nei campi, coniugano la lotta ideale con una fiera opposizione alle vessazioni del fascismo sui contadini, e incitano alla rivolta contro l’ammasso i lavoratori dei campi, al grido “W il pane, W la Pace”.


Tutta la famiglia è ormai coinvolta nell’opposizione al regime. Uno dei più attivi insieme ad Aldo è Gelindo, il primogenito della famiglia: Già “ammonito” dalle autorità nel 1939 per la sua attività sediziosa, e successivamente incarcerato, Gelindo finisce in carcere anche nel 1942 (insieme al fratello Ferdinando), proprio per aver ostacolato l’ammasso della produzione agricola.


I Cervi non sono soli nella loro battaglia: altre famiglie e altri oppositori del fascismo collaborano con loro. Stringono rapporti soprattutto con la famiglia Sarzi, e in particolare con la giovane Lucia; le due famiglie, pur molto diverse tra loro (i Sarzi attori di teatro ambulanti, i Cervi contadini di scienza), condividono l’avversione per l’ingiustizia e si trovano fianco a fianco nell’attività clandestina.


Sarà la guerra ad accelerare gli eventi: trascinando l’Italia nel secondo conflitto mondiale nel 1940, il fascismo precipita la popolazione nella miseria e nella prostrazione. Mentre i soldati del Duce muoiono al fronte, il controllo del regime sul malcontento e la fame si sfalda, e prendono sempre più coraggio le voci degli antifascisti che chiedono, appunto, “Pane e Pace”. Il bilancio della guerra al fianco della Germania nazista si fa sempre più fallimentare, finchè il fascismo crolla il 25 luglio del 1943, e il suo dittatore Mussolini viene arrestato. Pare la fine dei lunghi anni di violenze ed ingiustizie, e anche a Casa Cervi si festeggia: tanta è la gioia per la notizia, che la famiglia porta una grande pentola di pastasciutta in piazza a Campegine, per festeggiare insieme alla popolazione la caduta del regime.


La guerra, però, non è ancora finita, e sta anzi per entrare nella sua fase più cruenta. Dopo l’8 settembre 1943, le truppe tedesche occupano militarmente il suolo italiano; la pianura padana e i monti del centro-nord Italia diventano un vero e proprio teatro di guerra, costellato di scontri e rastrellamenti, ma anche azioni di resistenza dei partigiani che difendono la propria terra.


I Cervi, abituati all’azione e ad anticipare i tempi, sanno che bisognerà combattere per la libertà dall’occupazione tedesca, e ancora una volta dal fascismo, resuscitato sotto la protezione delle armi naziste. Iniziano la lotta armata a partire da questa casa, che diventa un centro di smistamento per rifugiati e rifornimenti ai partigiani. La Resistenza dei Cervi è intensa ma molto breve: dopo le prime azioni in pianura, i sette fratelli e alcuni compagni cercano di organizzarsi nella montagna, ma in poco tempo sono costretti a ritornare a casa, sui propri passi.


E’ il 25 novembre dello stesso anno, quando tutta la “banda Cervi” viene sorpresa nella loro cascina ai Campi Rossi. I militi fascisti, dopo uno scontro a fuoco, appiccano un incendio al fienile e alla stalla. A questo punto la famiglia si arrende e i Cervi vengono trascinati via dai fascisti, lasciando nella casa che ancora brucia solo donne e bambini. I drammatici momenti di quella notte sono riportati con fredda precisione dal rapporto delle autorità locali.


I sette fratelli Cervi rimangono in carcere a Reggio sino al 28 dicembre, quando i fascisti decidono la loro fucilazione come rappresaglia ad un attentato dei partigiani. Nei ricordi di Papà Cervi, anch’egli imprigionato e ignaro della sorte dei figli, vi sono le ultime commoventi frasi di commiato di Gelindo e di Ettore, il più giovane dei sette.


L’estremo sacrificio dei sette fratelli Cervi e del loro compagno Quarto Camurri, consumato all’alba del 28 dicembre 1943 al poligono di Reggio Emilia, rappresenta uno spartiacque per la Resistenza reggiana: dapprima scompaginato dalla cattura e dalla barbara uccisione di quella che era di fatto la sua punta avanzata, il movimento partigiano si riorganizza, facendo di quel martirio un simbolo per gli altri resistenti. Molte altre vittime e fatti di sangue segnarono i venti lunghi mesi dell’occupazione nazifascista, come i massacri di Cervarolo e della Bettola, nella primavera-estate del ‘44. Seguendo anche l’esempio dei Cervi, la Resistenza reggiana istituisce una stamperia clandestina, per diffondere messaggi e volantini d’informazione, di incitamento alla lotta, di speranza. Soltanto il 25 aprile del 1945, il giorno della Liberazione, anche a Reggio Emilia, si potrà festeggiare, dopo tante sofferenze, la fine della guerra e l’inizio di una riconquistata libertà.


Per la famiglia Cervi, la Liberazione è un momento di gioia, ma dal sapore diverso: dopo l’ennesima intimidazione dei fascisti alla famiglia, pur colpita già duramente dalla guerra, la madre Genoeffa Cocconi cede al dolore e si spegne nell’autunno del 1944, , lasciando gli undici nipotini, le quattro vedove e il vecchio Alcide. Per papà Cervi e il resto della famiglia sarà possibile riavere le spoglie dei sette fratelli soltanto diversi mesi dopo il 25 aprile, per tributare loro le solenni esequie.  Davanti alla folla silenziosa che si raduna a Campegine, il 25 ottobre 1945, per l’ultimo saluto ai fratelli Cervi, Alcide ha la forza di prendere la parola, per dire con commossa ma lucida saggezza “Non chiedo vendetta, ma giustizia… Dopo un raccolto ne viene un altro. Andiamo avanti”.  Una coraggiosa dichiarazione d’intenti, che già apriva il futuro scenario del Museo Cervi come luogo di memoria e di studio. 

http://www.fratellicervi.it/content/view/15/27/


 

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