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Blocco della Roma Tpl: un caso di scuola

Blocco della Roma Tpl: un caso di scuola

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Roma – giovedì, 03 dicembre 2015

Il blocco dei depositi della Roma Tpl Scarl, che si è appena concluso dopo otto giorni di sciopero totale delle linee, costituisce un vero e proprio caso di scuola dentro la discussione in corso sulla riforma della legge 146 sulla regolamentazione degli scioperi nei servizi pubblici essenziali. Come si sa è in discussione al Senato in queste settimane la proposta Ichino di ulteriore restrizione del diritto di sciopero proprio nel settore dei trasporti. Secondo il senatore del Pd saremmo in presenza di una sostanziale inefficacia della legge attuale a fronte di un proliferare ingiustificato degli scioperi, a tutto discapito del diritto dei cittadini alla mobilità.

Gli scioperi per Ichino sarebbero aumentati a causa non del peggioramento delle condizioni di lavoro e di salario bensì per il moltiplicarsi di sigle sindacali che utilizzerebbero lo sciopero come arma per battere la concorrenza. Lo sciopero avrebbe perduto il senso originario di strumento di tutela dei lavoratori e ci sarebbe pertanto bisogno di una seria riforma che ne ripristini l’uso corretto e freni la frammentazione della rappresentanza sindacale.

Ma il blocco effettuato dagli autisti romani delle aziende del trasporto locale, privatizzate da anni, smentisce clamorosamente le certezze del professor Ichino. Innanzitutto perché i tanti scioperi effettuati in questi anni nel pieno rispetto della legge 146 non sono riusciti a costringere le aziende a rispettare le regole: la Roma Tpl Scarl ha potuto continuare ad agire in modo illegittimo, effettuando con grande ritardo i pagamenti degli stipendi, senza che alcuna autorità potesse o volesse obbligarla al rispetto delle leggi. Al contrario, una agitazione di 8 giorni consecutivi, ha consentito il tanto atteso ripristino della legalità e finalmente il riconoscimento anche da parte delle autorità (il Prefetto di Roma nonché il subcommissario ai trasporti) delle ragioni dei lavoratori.

In secondo luogo, il blocco dei depositi Tpl chiarisce che ciò che legittima una agitazione non è la rappresentatività della sigla che la proclama. In questo caso infatti l’agitazione ha avuto un carattere completamente spontaneo, arrivando a coinvolgere la totalità dei lavoratori, senza che alcuna sigla sindacale ne potesse rivendicare la paternità. Fosse stata in vigore la “legge Ichino” questa protesta non sarebbe stata possibile (e del resto neanche con la 146 ora in vigore) e le aziende avrebbero potuto continuare ad agire impunemente. La pretesa di Ichino di consentire la proclamazione degli scioperi solo alle sigle che raggiungono il 50% della rappresentatività o di sottoporre a referendum la decisione di proclamarli si configura come un ostacolo in più alla possibilità per i lavoratori di difendersi.

Senza contare che gli ultimi due scioperi effettuati nella stessa azienda, il 2 ottobre e il 20 novembre, entrambi proclamati dalla sola USB, avevano raggiunto il 100% delle adesioni, anche in questo caso smentendo la tesi secondo cui organizzazioni con una rappresentatività ridotta non siano in grado di interpretare l’orientamento della maggioranza dei lavoratori.

Riguardo poi alla foglia di fico del diritto alla mobilità, invocato come argomento a favore della restrizione del diritto di sciopero, basterà segnalare quello che quotidianamente succede nelle aziende della Roma Tpl Scarl: autobus che rientrano nei depositi, interrompendo e saltando le corse, per mancanza di gasolio. Le aziende non riforniscono i mezzi in modo adeguato perché preferiscono privilegiare il rifornimento delle loro attività di noleggio: e i cittadini restano a piedi a metà corsa. Difficile pensare che la riforma Ichino possa mettere un freno a questo libero arbitrio delle aziende.

La discussione sul diritto di sciopero va quindi completamente ribaltata, proprio a partire dalla splendida vittoria degli autisti romani: le restrizioni al diritto di sciopero rendono difficile la salvaguardia dei diritti dei lavoratori e degli utenti e le norme capestro sulla rappresentanza impediscono che i lavoratori si diano una rappresentanza democratica e liberamente eletta. Per avere più democrazia nella società occorre riaffermare più democrazia nei posti di lavoro.

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USB

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