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BREXIT : L’inglese se n’è gghiuto – Franco Berardi Bifo

BREXIT : L’inglese se n’è gghiuto – Franco Berardi Bifo

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DOPO LA BREXIT UN NUOVO OTTOBRE

Articolo di Franco Berardi Bifo per Comune.info


 

Brexit bandiera bruciata bnNon credevo nella Brexit, pensavo che solo un popolo di ubriachi poteva decidere una simile autolesionistica catastrofe. Dimenticavo che gli inglesi sono per l’appunto un popolo di ubriachi. Scherzo, naturalmente, dato che non credo nell’esistenza dei popoli. Ma credo nella lotta di classe, e la decisione degli operai inglesi di affondare definitivamente l’Unione europea è un atto di disperazione che consegue alla violenza dell’attacco finazista che da anni impoverisce i lavoratori di tutto il continente e anche di quell’isola del cazzo.

Purtroppo i lavoratori inglesi che hanno massicciamente votato per la Brexit hanno preso un abbaglio colossale, come spesso capita a chi, per l’immiserimento materiale e psichico, ha perduto il ben dell’intelletto. È vero che l’Unione europea è divenuta nel tempo un mostro neoliberista ma l’origine della demenza neoliberale, che ha distrutto l’Europa e devasta il mondo intero da quarant’anni sta proprio nel paese di Margaret Thatcher. Non è l’Inghilterra che deve uscire dall’Unione Europea, ma l’Unione europea che dovrebbe uscire dall’Inghilterra. Purtroppo è tardi per farlo, perché l’Unione europea, dopo avere contratto il male inglese, è ormai ridotta a un dispositivo di impoverimento della società, precarizzazione del lavoro e concentrazione del potere nelle mani del sistema bancario. Gran parte delle motivazioni che hanno portato i lavoratori inglesi a votare per la Brexit sono comprensibili. Ma il problema non sta nelle motivazioni, il problema sta nelle conseguenze.

L’Unione europea non esiste più da tempo, almeno dal luglio del 2015, quando Syriza è stata umiliata e il popolo greco definitivamente sottomesso.

Ci occorre forse un’Europa più politica come dicono ritualmente le sinistre al servizio delle banche? Sono anni che crediamo nella favoletta dell’Europa che deve diventare più politica e più democratica, ma da Maastricht in poi, contratto il male inglese, l’Unione europea è divenuta una trappola finanzista.

Un articolo di Paolo Rumiz (Come i Balcani) uscito il 23 su La Repubblica dice una cosa che a me pareva chiara da tempo: il futuro d’Europa è la Yugoslavia del 1992. Rumiz lo dice bene, anche se dimentica il ruolo che la Deutsche Bank svolse nello spingere gli yugoslavi verso la guerra civile (e Wojtila fece la sua parte).

Ora credo che occorra dirlo senza tanti giri di parole: il futuro d’Europa è la guerra. Il suo presente è già la guerra contro i migranti che già è costata decine di migliaia di morti e innumerevoli violenze. Forse suona un po’ antico, ma per me resta vero che il capitalismo porta la guerra come la nube porta la tempesta.

Cosa si fa in questi casi? Si ferma la guerra si impongono gli interessi della società contro quelli della finanza? Naturalmente sì, quando questo è possibile. Ma oggi fermare la guerra non è più possibile perché la guerra è già in corso anche se per il momento a morire sono centinaia di migliaia di migranti in un mediterraneo in cui l’acqua salata ha sostituito il ZyklonB.

I movimenti sono stati distrutti uno dopo l’altro. E allora?, allora si passa all’altra parte dell’adagio leniniano (segnalo per chi avesse qualche dubbio che non sono mai stato leninista e non intendo diventarlo).

Si trasforma la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Cosa vuol dire? Non lo so, e nessuno può saperlo, oggi. Ma nei prossimi anni credo che dovremo ragionare solo su questo. Non su come salvare l’Unione europea, che il diavolo se la porti. Non su come salvare la democrazia che non è mai esistita. Ma su come trasformare la guerra imperialista in guerra civile rivoluzionaria. Pacifica e senz’armi, se possibile. Guerra dei saperi autonomi contro il comando e la privatizzazione.

Ma insomma, non porto il lutto perché gli inglesi se ne vanno. Ho portato il lutto quando i greci sono stati costretti a rimanere a quelle condizioni (e adesso che ne sarà di loro?). Cent’anni dopo l’Ottobre mi sembra che il nostro compito sia chiederci: cosa vuol dire Ottobre nell’epoca di internet, del lavoro cognitivo e precario? Il precipizio che ci attende è il luogo in cui dobbiamo ragionare su questo

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LiberaRete Associazione di Promozione sociale LiberaRete

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