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Che succede in Palestina – Patrizia Cecconi

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NO AL MASSACRO A GAZA

Intervento di Patrizia Cecconi – Presidente della Associazione amici della Mezzaluna Rossa Palestinese


 

Il 27 luglio presso Villa Bernabei si è tenuta una conferenza per discutere del conflitto tutt'ora in atto tra Israele e la Palestina. Ospiti del dibattito Patrizia Cecconi, esponente dell'associazione “Amici della mezzaluna rossa palestinese” e Giuseppe Del Vecchio, membro di “Sunshine4Palestine”, attivisti direttamente a contatto con la situazione nella Striscia di Gaza che hanno saputo fornire testimonianze e punti di vista fondamentalmente inediti nel dibattito che ogni giorno persevera in un grigio e acritico linguaggio massmediatico, il quale generalmente fornisce un'immagine del conflitto come una guerra condotta e perseguita parimenti da entrambi le parti coinvolte, non rendendo abbastanza chiara la realtà dei fatti: che quello che sta accadendo questi giorni è solo una violenta manifestazione dell'assedio sistematico e feroce che Gaza sta subendo ormai da 66 anni.

Risale proprio a ieri 29 luglio l'ultimo (ed ennesimo) blitz israeliano ai danni della Palestina, uno dei bombardamenti via terra, aria e mare più pesanti dall'inizio dell'operazione “Margine di protezione”. 100 morti circa, decine di feriti, l'unica centrale elettrica di Gaza in fiamme. Più di 1.190 le vittime palestinesi dall'inizio del conflitto, delle quali la grande maggioranza sono civili; la controparte israeliana conta invece 53 morti, tutti militari. Tristi cifre di una triste gara, che vede Israele in testa con un netto vantaggio, vincitrice di una partita già truccata in partenza. Le istituzioni internazionali sono restie a pronunciarsi, si guardano bene dal sentenziare all'unanimità una condanna decisa dei confronti di Israele. Ragionano fin troppo e con una lentezza e una minuzia che sa di temporeggiamento e accondiscendenza sulle presunte giustificazioni che legittimerebbero una tale efferata e sanguinosa offensiva ai danni degli abitanti della Striscia. Non ha forse Israele diritto a difendersi? Non ha forse Hamas provocato l'attacco a causa del lancio di missili, seppur rudimentali e completamente neutralizzati dall'efficientissimo arsenale israeliano? Domande legittime da porsi, se solo non si ragiona per un attimo su cosa è Israele. Stato auto-proclamatosi tale il 14 maggio 1948, a prescindere dalla legittimazione dell'ONU che effettivamente è arrivata un solo giorno dopo, quasi a porre una parvenza di legalità ad una decisione violenta presa a priori e facendo finta che tutto fosse sotto controllo. Svincolato dalla legalità internazionale, violando i pilastri di base della cultura democratica: ecco come nasce Israele. E da subito pone Gaza sotto assedio: circondata dal mare e dallo Stato invasore, costretta ad un embargo forzato con la sola possibilità di acquistare merci da Israele e quindi sostenere l'economia dell'assediante (sic!), da 66 anni la Palestina si vede negati i più elementari diritti di autodeterminazione

come Stato indipendente. Con questi presupposti, come si fa a supportare il diritto di uno Stato assediante a “difendersi” dal paese che sta assediando tramite l'utilizzo di un arsenale altamente tecnologico che non ha niente a che vedere con le rudimentali armi della controparte? Interessante inoltre è stata la considerazione espressa da Patrizia Cecconi riguardo il linguaggio giornalistico. Infatti i media, quando non si crogiolano con gusto voyeuristico nella macabra constatazione di corpi dilaniati e vite spezzate, descrivono il conflitto utilizzando il linguaggio “pulito” e formale che Israele stessa ha diffuso per descrivere i suoi attacchi: leggiamo spesso “omicidio mirato”, invece di “assassinio”; “scudi umani” invece di “donne, uomini e bambini”; “operazione” invece di “bombardamenti indiscriminati e criminali”. Il conflitto risulta così de-umanizzato, e ciò che consegue è la perdita di senso dell'assassinio. Uno “scudo umano” non è un uomo o un bambino che non avevano altra colpa che stare a casa propria: è una pretesa arma alla quale Hamas ricorrerebbe per scoraggiare gli attacchi o per rendere impopolare la guerra che Israele conduce. Così il valore dell'umanità si perde: ogni persona uccisa è un danno collaterale, gli obiettivi militari surclassano le persone, la vita non vale più nulla (quella dei palestinesi, sia chiaro). I Palestinesi non possono scappare, segregati nei loro confini; non possono vivere nella loro terra, devastata continuamente dai bombardamenti. Possono solo aspettare che Israele esaudisca il suo delirio di onnipotenza coloniale, aiutata dal silenzio e dal timore che aleggia a livello internazionale. “Se c'è complicità diretta o indiretta dei Governi nei riguardi di Israele, solo dalla società civile si può partire affinché qualcosa cambi, cominciando a fare pressioni a livello istituzionale” dice Cecconi, “perché Israele è criminale, strapotente, ma non per questo onnipotente”.


 

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