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Ross@ – Russo: Rompere l’Unione Europea

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ROSS@ – RUSSO: ROMPERE L'UNIONE EUROPEA

Intervista sul programma di Ross@ sull'Europa


14 dicembre 2013

Ascolta la relazione di Franco Russo

http://www.libera.tv/videos/5469/assemblea-nazionale-di-rossa—relazione-di-franco-russo.html

 


Rompere l’Unione Europea

1. ‘Rompere l’Unione Europea’ è una prospettiva politica entro cui organizzare mobilitazioni, iniziative, lotte contro le misure di austerità e contro le oligarchie al potere che decidono il destino di 500 milioni di persone. Se si vogliono cambiare le condizioni di vita quotidiane è necessario spezzare il ‘pilota automatico’, come Mario Draghi ha definito l’UE, che impone la rotta delle decisioni pubbliche.
Non si può cambiare la situazione sociale, istituzionale e politica se non si rompono i meccanismi dell’UE, che ha nel mercato e nell’impresa i suoi assi portanti. Le forze politiche che governano o aspirano a governare in Italia, così come negli altri Stati membri, devono muoversi entro i rigidi binari politici tracciati dall’UE.
Siamo di fronte a un governo dell’UE, chiamata il più delle volte governance perché concentrata sulla gestione dell’economia e della finanza, e funzionante attraverso una rete di organi a differenti livelli (Consiglio Europeo, Commissione, le varie formazioni dei Consigli dei Ministri come l’ECOFIN, la BCE, i governi nazionali …).
Rompere l’UE è l’unica via per battere centrodestra e centrosinistra, Partito Socialista Europeo e Partito Popolare Europeo, che sono gli strumenti politici dell’UE che a sua volta li legittima come forze di governo a livello nazionale. Infatti centrodestra e centrosinistra, al governo ora insieme ora alternandosi, portano avanti sempre le politiche antipopolari dell’austerità.
Rompere l’UE è l’unica via per battere i populismi che non osano combattere l’UE, ma si rifugiano nel ritorno al passato degli Stati nazionali per difendere interessi corporativi e per costruire le finte unità e identità nazionali con l’intento di mettere insieme interessi contrapposti e inconciliabili: quelli dei padroni con quelli dei lavoratori e  delle lavoratrici, di unire chi è ricco e potente  con chi non ha né ricchezza né potere. Il disegno politico e culturale delle destre è di creare ‘fronti nazionali’ da saldare attraverso ideologie razziste contro i/le migranti che vengono sfruttati/e da quegli stessi padroni che proclamano la necessità di chiudersi nella ‘fortezza Europa’.
Contro gli ‘europeisti’, come il presidente Napolitano, il PD, Monti  o il Nuovo centrodestra di Alfano,  e contro gli ‘antieuropeisti’ come la Lega Nord, Berlusconi in  Italia e le forze fasciste e razziste europee che sfruttano e manipolano la rabbia dei popoli contro le politiche di austerità e contro le oligarchie al potere, Ross@ vuole aprire la via a una prospettiva sovranazionale, internazionalista, solidale tra tutti i popoli europei per rompere l’UE e le sue istituzioni oligarchiche, battere le sue politiche di austerità che stanno immiserendo la società e arricchendo padroni e ceti politici, sconfiggere le sue politiche di guerra ai e alle migranti, e ai popoli del Sud del mondo.
Ross@ chiede che i popoli europei siano chiamati, con referendum, a decidere dei propri destini, chiede che sui Trattati, che formalmente sono di natura internazionale ma sostanzialmente di diritto interno, i popoli possano esprimere la propria volontà: solo con un atto di rottura democratica si potrà dar vita ad una Europa dei popoli e ad un sistema economico sovranazionale socialmente giusto ed ecologicamente sostenibile, aperto al Sud del mondo.

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Lotta per la democrazia e lotta contro l’austerità sono i binari della mobilitazione popolare contro l’UE per dar vita a una società europea basata su un’economia ecologicamente sostenibile e socialmente giusta, dove le persone native e non native possano liberamente sviluppare i loro progetti di vita (come dice l’articolo 3 della Costituzione italiana).
Ross@ da tempo ha in atto iniziative per chiedere un voto referendario sui Trattati per aprire la via alla loro rottura; questa campagna di sensibilizzazione, attraverso una petizione al parlamento, sarà uno dei modi per costruire una grande manifestazione, a marzo, contro e per la rottura dell’UE.
Manifestazione che vuole porsi in continuità politica con le giornate del 18 e 19 ottobre, che sono per noi il punto di riferimento per la costruzione di una sinistra anticapitalista di vocazione e dimensione europea, perché questa è la scala di riferimento della lotta per la trasformazione socialista nel XXI secolo.

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Entrato in vigore il 1° dicembre 2009, il Trattato di Lisbona è stato messo in mora, anzi di fatto sostituito con un sistema di governance messo a punto con una serie di normative, concordate  anche con il Parlamento europeo, la prima delle quali emanata dall’ECOFIN il 7 settembre 2010  con l’avvio del Semestre Europeo.
La nuova governance, nata per fronteggiare la crisi economico-finanziaria, si è strutturata anche attraverso Trattati intergovernativi: il Patto Fiscale e l’ESM (Meccanismo Europeo di Stabilità). Fino al 2009 si poteva parlare di deficit democratico, ora si deve parlare di oligarchia al centro del potere dell’UE.
Vi è una patente contraddizione tra il Fiscal Compact e i Trattati dell’UE, a cominciare da quello di Lisbona. A causa dell’opposizione della Gran Bretagna e della Repubblica Ceca, il Trattato di stabilità fiscale o Fiscal Compact non fa parte dei Trattati dell’UE ma ha assunto la forma giuridica di un Trattato internazionale tra 25 Stati. Le norme da esso previste non hanno quindi lo status giuridico di norme di diritto europeo ma il loro carattere normativo viene acquisito soltanto in base alla loro incorporazione nel diritto nazionale di ogni Paese sottoscrittore. Questo fatto costituisce una potenziale contraddizione all’interno dell’edificio istituzionale dell’UE tanto che giuristi ed economisti hanno sostenuto che il Fiscal Compact sarebbe nullo poiché violerebbe alcuni articoli del Trattato di Lisbona (che la Corte di Giustizia assume come Costituzione europea), che nella gerarchia delle fonti è superiore. 1) Questo è un esempio concreto del carattere autocratico delle istituzioni europee a partire dallo scoppio della crisi dell’euro nella seconda metà del 2010, fino a configurare una sorta di golpe bianco contro lo stesso diritto europeo per salvare la moneta unica; 2) Ciò pone in discussione la legittimità delle politiche di austerità imposte dall’UE 3) Apre possibili spazi di manovra nel caso di decisioni unilaterali di singoli Paesi sull’euro e sulle politiche di austerità.
Lo Stato nazionale non è più la condizione necessaria per la costruzione, l’esistenza e lo sviluppo del mercato capitalistico. Oltre lo Stato rimane il mercato, e ancora una volta questo non è il prodotto spontaneo delle forze economiche, ma la consapevole costruzione a cui partecipano gli Stati, le élites finanziarie e imprenditoriali, la tecnocrazia. La gestione politica dei grandi spazi economici è affidata a centri decisionali sovranazionali che nascono senza legittimazione democratica e vivono senza consenso democratico, neppure quello elettorale. L’euro, gestito dalla BCE in forme indipendenti e autonome con la finalità di garantire stabilità monetaria e controllo dell’inflazione, è lo strumento essenziale del funzionamento del mercato unico. Esso è il segno del progetto politico delle classi dirigenti europee, che, nel corso della crisi di questi anni, hanno impegnato notevoli risorse finanziarie per sostenerlo: imporre i ‘sacrifici’ per riportare deficit e debiti pubblici sotto controllo, e l’erogazione di migliaia di miliardi per salvare le banche sono stati finalizzati a salvare l’euro, condizione necessaria del funzionamento del mercato capitalistico europeo. Rompere l’UE significa rompere il dominio dell’euro come guida dell’organizzazione delle scelte economiche, dell’organizzazione delle produzioni di beni e servizi.  
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La gestione della crisi da parte dell’oligarchia UE – governi nazionali, BCE, imprese, banche, tecnocrazia tenuti insieme dal ‘pilota automatico’ dell’UE – sta provocando una disgregazione sociale, essendo stati inflitti alle classi popolari i costi del ‘riaggiustamento economico’ attraverso i licenziamenti e la disoccupazione, la precarizzazione del lavoro, il consolidamento fiscale per contenere deficit e debito degli Stati con la conseguente contrazione dei servizi pubblici. Senza tener conto di questi fattori, che riguardano la quotidianità di milioni e milioni di persone, non si può spiegare lo stato di acquiescenza e di passività in cui i popoli europei vivono questi anni di crisi, nonostante le lotte e gli scioperi generali in Portogallo, Spagna e Grecia. È calata una cappa per imporre una normalizzazione dei comportamenti sociali.
La CES, organismo sindacale europeo, ha scelto di non sostenere le mobilitazioni nei paesi colpiti dai provvedimenti di austerità, i famosi PIGS, né ha promosso lotte contro le decisioni delle politiche di bilancio e contro il Fiscal Compact e l’ESM. La CES ha accettato le decisioni dell’UE sulle politiche pubbliche di aggiustamento fiscale, di flessibilizzazione del lavoro, di ulteriori ondate di liberalizzazioni e privatizzazioni. I sindacati della CES sono una componente di tutto rilievo nella gestione politica della crisi, essendo organizzazioni chiamate a contenere i conflitti, quando non proprio a sostenere il padronato nelle sue richieste, come l’ultimo Patto sulla produttività tra Confindustria e CGIL-CISL-UIL. In Italia, paese devastato dalle misure dell’austerità, non si sono avuti forti scioperi dei lavoratori e conflitti sociali, oltre che per il senso diffuso di paura e frustrazione,  anche a causa alle scelte di CGIL-CISL-UIL di dialogare con governi e padronato. La CGIL ha mostrato la ‘faccia feroce’ solo al tempo del governo Berlusconi per sostenere il ritorno al potere del PD. In occasione della legge di stabilità del governo Letta-Alfano CGIL-CISL-UIL hanno proclamato scioperi locali di quattro ore con l’intenzione di contenere la rabbia dei settori più colpiti, come il pubblico impiego.


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Le destre e le forze populiste, nella loro propaganda mirano a colpire la Germania come se questa fosse la madre di tutti i mali, così in modo strumentale evocano sentimenti antinazisti e paure di egemonismo tedesco. I fatti dicono che altri devono essere i giudizi politici. Certo le classi dirigenti tedesche, economiche e politiche, esercitano un ruolo da protagoniste nelle vicende dell’UE, d’altra parte in alleanza stretta con la Francia è stata questa la storia degli ultimi sessant’anni in Europa. L’Unione Europea però  funziona come cassa di compensazione tra le varie borghesie. La signora Merkel è alfiere delle politiche di austerità tanto che propone ulteriori modifiche dei Trattati per spostare sempre più il potere fiscale, soprattutto degli Stati a forte debito pubblico, a Bruxelles, rafforzando le procedure del Semestre europeo con gli accordi contrattuali, da stringere tra Stati indebitati e Commissione per garantire l’attuazione delle politiche di austerità (v. punti 33-40 delle Conclusioni dell’ultimo Consiglio europeo, 24-25 ottobre 2013). Al contempo le classi dirigenti tedesche stanno portando avanti un processo di integrazione delle filiere produttive che va ridisegnando la geografia economico-sociale europea, in cui le imprese più dinamiche, più internazionalizzate, costituiscono ormai un grande ed unico spazio economico-sociale con le aree periferiche destinate ad alimentare con la subfornitura il sistema tedesco lanciato nella sfida dei mercati mondiali. Nel convegno di Bolzano del 22 ottobre, Confindustria e BDI tedesca hanno chiesto un ‘industrial compact’ per rendere sempre più strette le interconnessioni tra le aziende, più dinamica la competitività europea, più redditizia la ‘catena del valore industriale’. Questo è un ulteriore segno che le élites economico-politiche si vanno sempre più integrando e decidono politiche comuni.
Le politiche di austerità per essere imposte hanno richiesto un accentramento dei poteri a livello dell’UE e lo svuotamento degli stessi parlamenti a livello nazionale. A deciderlo è stata una vera e propria oligarchia.

 

 

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Per finire: forte impegno per la manifestazione di marzo, ‘per rompere l’UE’, è un modo per ricollegarsi alle giornate del 18 e 19 ottobre e per intervenire con un’iniziativa politica forte all’avvio della campagna delle elezioni europee.

(a cura di Sergio Cararo, Francesco Piobbichi, Andrea Ricci, Franco Russo)



NOTA

A Il Semestre Europeo: il Six Pack e il Two Pack

Per controllare ex ante e ex post le politiche di bilancio sono state approntate un gruppo di normative: il Six Pack e il Two Pack. Con questa serie di misure si sono concentrati i poteri nel Consiglio europeo, nella BCE e nelle due nuove istanze istituzionali, quelle dell’Euro Summit e del suo presidente, che attualmente coincide con quello del Consiglio europeo, van Rompuy: sono questi i ‘giudici di ultima istanza’ che dettano le misure di bilancio e di politica economica, mentre la BCE regna sulla moneta. Se si pensa che le rivoluzioni borghesi miravano a conseguire il controllo della ‘borsa’, cioè del bilancio pubblico – si coniò lo slogan no taxation without representation  − si può ben capire la portata storica della concentrazione delle politiche della spesa e delle entrate nelle mani della tecnocrazia dell’UE.
Queste misure hanno trovato una sistemazione nel ‘Fiscal Compact’, che ha avuto come immediate conseguenze istituzionali la revisione dell’articolo 81 della Costituzione per introdurre il pareggio di bilancio, la modifica della legge di contabilità per adeguarla agli standard richiesti dell’UE, e la creazione di un Ufficio indipendente dal governo e dal parlamento per valutare le decisioni di finanza pubblica.
Siamo al terzo anno dell’applicazione del Semestre europeo, reso vincolante con il Six Pack,  e quest’anno, con la legge di Stabilità, si stanno applicando altri due regolamenti, quelli del Two Pack. Questo insieme di regole hanno spostato la sovranità fiscale verso un’oligarchia politico-tecnocratica sovranazionale: i parlamenti non hanno più il potere ultimo sulle entrate e le spese pubbliche, le cui decisioni non sono state delegate al parlamento europeo ma ad organismi composti da esponenti dei governi nazionali e della tecnocrazia dell’UE. È così rinato il vecchio principio assolutista, opposto alla democrazia rappresentativa, del taxation without representation, della tassazione senza rappresentanza .
Con l’odierno ciclo dei bilanci pubblici sono entrati in vigore le regole che consentono all’oligarchia dell’UE di valutarli non solo ex post, ma di intervenire – secondo quanto prescrivono i regolamenti del Two Pack – ex ante.
Nel 2013 con il Two Pack, si è data attuazione alle norme del Fiscal Compact, che consente alla Commissione di intervenire ex ante sui bilanci sottoponendo a controllo i provvedimenti relativi al deficit e al debito così come quelli di natura macroeconomica (valutati utilizzando 11 indicatori). Seguendo l’iter europeo della legge di Stabilità italiana possiamo renderci conto di come funzionano i nuovi meccanismi, che hanno ‘rivoluzionato’ i processi decisionali.
Il 15 ottobre il governo italiano ha trasmesso in contemporanea al parlamento e alla Commissione il disegno di legge di Stabilità. La Commissione il 15 novembre ha emesso il suo giudizio negativo su debito, deficit e misure di politica economica. Il governo italiano ha allora predisposto una seconda manovra di accompagnamento della legge di Stabilità consistente in quattro provvedimenti: la spending review, per recuperare 32 miliardi entro il 2016, affidata a Cottarelli (ex Banca d’Italia e FMI); le dismissioni di quote azionarie pubbliche in SNAM, ENI, Terna, Fincantieri, STM, SACE e successivamente Poste e Ferrovie; il rientro dei capitali dall’estero che da decenni senza successo i governi proclamano di voler perseguire; la rivalutazione delle quote della Banca d’Italia in mano alle banche privatizzate. Forte di questo secondo blocco di provvedimenti Saccomanni si è presentato all’Eurogruppo del 22 novembre dove ha ottenuto una benevola attenzione per i nuovi provvedimenti che incideranno per 32 miliardi sulla spesa pubblica a danno dei cittadini, a causa degli ulteriori tagli ai servizi pubblici (compresi il trasporto locale e la sanità), e dei dipendenti pubblici, i cui contratti sono stati ancora una volta bloccati, e che consentiranno di portare avanti le privatizzazioni.

B  Dalla CEE all’Unione Europea


Perché si è passati dal mercato comune, dalla CEE, del Trattato di Roma al mercato unico, all’Unione Europea e alla moneta unica, l’euro con il Trattato di Maastricht?
Finora mercato capitalistico e Stato nazionale sono stati organismi intrecciati, nati l’uno per e mediante l’altro; nell’epoca del mercato globale − qui è la novità  − si affermano i grandi spazi economici sovranazionali, gestiti con gli strumenti del diritto – soft e hard law – non più elaborati e maneggiati dagli Stati nazionali come al tempo del ‘liberale’impero britannico, o del brutale Reich nazista con il suo Großraum o, più recentemente, dell’egemonismo imperiale degli USA. Sono organismi sovranazionali a costruirli e a gestirli. L’UE è l’esperienza più avanzata nell’organizzazione di un grande spazio economico e gli Stati europei agiscono in funzione di questo obiettivo del mercato unico continentale.

C  Il programma di governo dell’UE


Il programma di governo degli Stati membri è dettato dall’UE e ha al centro una serie di misure che si ripetono identiche per tutti i paesi, e che paradigmaticamente furono elencate nella famosa lettera di Draghi e Trichet nella famosa lettera del 5 agosto 201. Esse furono indicate e sono rimaste il punto di riferimento dei governi:
• condizioni di bilancio sostenibili, con misure di consolidamento fiscale;
• una riforma della legislazione del lavoro funzionale alle esigenze di efficienza dell'impresa,  anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato, che porterà, dopo la firma dell’Accordo del 28 giugno, all’articolo 8 del decreto legge 138/2011, alla cancellazione dell’articolo 18 con la ‘legge Fornero’, a cui seguiranno gli altri Accordi come quello del 31 maggio 2013 e del Patto sulla produttività;
• le cd riforme di struttura quali l’apertura dei mercati in chiave concorrenziale nei servizi pubblici in particolari in quelli locali e la liberalizzazione delle professioni, il sostegno all'imprenditorialità e all'innovazione, la modernizzazione della burocrazia pubblica con la semplificazione delle procedure, lo snellimento dell'amministrazione della giustizia;
• la riforma dell'architettura costituzionale dello Stato con la riduzione del numero dei parlamentari e l’abolizione delle province, la maggiore efficienza dei meccanismi decisionali e il rafforzamento del ruolo dell'esecutivo e della maggioranza, la modifica degli articoli della Costituzione relativi alla libertà di iniziativa economica, alla tutela della concorrenza e al vincolo di pareggio di bilancio;
• l’abbassamento delle tutele pensionistiche;
• la dismissione del patrimonio pubblico e delle SPA controllate dal Tesoro o dalla CDP, con la razionalizzazione della spesa pubblica e la riduzione del numero dei  lavoratori nel pubblico impiego (con le ripetute misure di spending review);
• l’abbattimento dei livelli della sicurezza sociale e dell’assistenza sanitaria.

 

 

 

 

 

 

 

 


intervista di Jacopo Venier
riprese di Roberto Pietrucci
montaggio di Simone Bucci

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