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	<title>Libera Tv &#187; Auschwitz</title>
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		<title>MEMORIA : Convivere con Auschwitz &#8211; I reticolati del nuovo millennio</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jan 2016 14:56:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Pietro Venier]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Gianni Peteani]]></category>
		<category><![CDATA[Trieste]]></category>
		<category><![CDATA[Tulllia Catalan]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>CONVIVERE CON AUSCHWIZ Terzo appuntamento con la Memoria dello sterminio organizzato dall&#8217;Università di Trieste di Pietro Venier Quest&#8217;anno, l&#8217;ormai tradizionale convegno che si tiene a Trieste in occasione della giornata della memoria, è stato organizzato presso la sede della Scuola Interpreti e Traduttori della Università di Trieste. Si tratta di un luogo che è in [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1><span style="color: #000000">CONVIVERE CON AUSCHWIZ</span></h1>
<h3><em>Terzo appuntamento con la Memoria dello sterminio organizzato dall&#8217;Università di Trieste</em></h3>
<p>di Pietro Venier</p>
<hr />
<p style="text-align: justify"><a href="http://libera.tv/wp-content/uploads/2016/01/Convivere-con-Auschwitz.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-42789" src="http://libera.tv/wp-content/uploads/2016/01/Convivere-con-Auschwitz-300x169.jpg" alt="Convivere con Auschwiz" width="300" height="169" /></a>Quest&#8217;anno, l&#8217;ormai tradizionale convegno che si tiene a Trieste in occasione della giornata della memoria, è stato organizzato presso la sede della Scuola Interpreti e Traduttori della Università di Trieste. Si tratta di un luogo che è in sè estremamente significativo. Infatti, dove oggi ha appunto sede la scuola interpreti e traduttori, nei primi anni del &#8216;900 sorgeva invece la Casa della Cutura Slovena (Nadrodni Dom). L&#8217;edificio allora ospitava diverse associazioni della comunità slovena un piccolo teatro con galleria, una banca, una palestra, una stamperia, due caffè, due ristoranti, un albergo (il Balkan) ed un gran numero di appartamenti. Nel 1920 i fascisti incendiarono questo palazzo e le sue rovine furono successivamente confiscate. Quell&#8217;atto razzista e squadrista è stato tra i prodromi più significativi dell&#8217;immane tragedia con cui fascismo e nazismo hanno straziato l&#8217;Europa. Ricordare in questo luogo le persecuzioni dello sterminio assume quindi un significato particolare. Le testimonianze che sono state portate, dagli interventi degli storici, ai contributi audiovisivi sino alle performance artistiche hanno consentito di immergersi in un percorso di approfondimento e di riflessione culturale profondo e coinvolgente. Un appuntamento che lascerà certamente traccia e che è possibile rivivere grazie alla registrazione integrale del video pubblicata a cura della Università di Trieste. &#8220;Convivere con Auschwiz&#8221; come ha detto Gianni Peteani (figlio della partigiana Ondina Peteani e tra i principali organizzatori del convegno) &#8220;è il dovere collettivo finalizzato a proteggerci dalla calamità della reiterazione dello stesso crimine&#8221;. Un crimine senza paragoni ma un crimine che viene da una terribile Storia tanta parte della quale, hanno ricordato più volte gli intervenuti, ha avuto come scenario anche la città di Trieste.</p>
<hr />
<p style="text-align: justify"> COMUNICATO DEGLI ORGANIZZATORI : Nell’ambito delle celebrazioni del Giorno della Memoria del 27 gennaio, data in cui nel 1945 vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz, rivelando al mondo l’abominio dell’Olocausto, l’Università degli Studi di Trieste è intervenuta con un approccio multidisciplinare al tema nel corso del convegno “Convivere con Auschwitz”, svoltosi il 21 gennaio scorso. L’Ateneo ha promosso una riflessione collettiva sia sulle ragioni e motivazioni che portarono durante la seconda guerra mondiale alla Shoah e all’annientamento nei lager nazisti di oppositori politici, disabili, Rom e omosessuali, sia sulla rielaborazione attuale delle memorie di questi fatti nella società odierna, posta di fronte a rinnovate tragedie umanitarie.</p>
<p style="text-align: justify"> Il Novecento ha duramente segnato la storia di Trieste: l’incendio del Balkan nel 1920, l’annuncio delle leggi razziali nel 1938 e durante l’occupazione tedesca la presenza della Risiera di San Sabba, unico campo di concentramento nazista in Italia con un forno crematorio. Dal Silos della Stazione Ferroviaria centrale di Trieste, dal 1943 al 1945, partì il maggior numero di convogli dall’Italia di deportate e deportati diretti ad Auschwitz e verso altri Lager.</p>
<p style="text-align: justify"> Quest’anno, come già in precedenza, il nostro Ateneo si è impegnato nella divulgazione della conoscenza del passato, anche delle sue pagine più tragiche, consapevole che solo una riflessione sulle responsabilità di ieri possa darci gli strumenti oggi per affrontare gli eventi che stanno interessando l’Europa, con le ondate di profughi in fuga da guerre e violenze e con l’erezione di nuovi muri fatti di filo spinato.</p>
<hr />
<p>
<a href='https://www.libera.tv/2016/01/27/memoria-convivere-con-auschwitz-i-reticolati-del-nuovo-millennio/sala-convegno-auschwiz/'><img width="150" height="150" src="https://www.libera.tv/wp-content/uploads/2016/01/Sala-convegno-Auschwiz-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Sala del convegno convivere con Auschwitz" /></a>
<a href='https://www.libera.tv/2016/01/27/memoria-convivere-con-auschwitz-i-reticolati-del-nuovo-millennio/gianni-peteani-tullia-cattalan/'><img width="150" height="150" src="https://www.libera.tv/wp-content/uploads/2016/01/Gianni-Peteani-Tullia-Cattalan-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Gianni Peteani e Tullia Catalan" /></a>

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		<title>&#8220;Arbeit macht frei&#8221;: stermini ed alienazioni</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Feb 2015 16:31:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[StefanoTortelli]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Politica]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Nazismo]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il 27 gennaio di settant&#39;anni fa le truppe dell&#39;Unione Sovietica sfondarono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, il più noto campo di sterminio del Terzo Reich. Insieme a Birkenau e Monowitz ha rappresentato il più grande orrore del dominio nazista in Polonia, la quale, senza volerlo, è diventata la sede della &#34;soluzione finale&#34;. [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>
	Il 27 gennaio di settant&#39;anni fa le truppe dell&#39;Unione Sovietica sfondarono i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, il più noto campo di sterminio del Terzo Reich. Insieme a Birkenau e Monowitz ha rappresentato il più grande orrore del dominio nazista in Polonia, la quale, senza volerlo, è diventata la sede della &quot;soluzione finale&quot;. Ad Auschwitz ed in tutti i campi hanno trovato la morte milioni di ebrei, zingari, omosessuali, persone di colore, comunisti, partigiani, prigionieri politici, disabili fisici e mentali. Ma ovviamente, e giustamente, quando si parla di campi di sterminio si parla di Shoah, poiché si stima che siano stati circa sei milioni gli ebrei che sono morte tra filo spinato, camere a gas, morsi della fame, violenze, stupri e la loro totale deumanizzazione.</p>
<p>
	Perché è questo ciò che più dovrebbe far riflettere, quando si parla di campi di sterminio nazisti: la deumanizzazione di chi veniva internato. Venivi innanzi tutto separato dalla famiglia, nel migliore dei casi quando venivi prelevato, nel peggiore (poiché a morire era la famiglia intera) durante lo smistamento tra i vari campi o tra i vari bracci dello stesso campo; in questo modo venivano negati totalmente i tuoi rapporti sociali, le tue relazioni, il tuo &quot;essere per altri&quot;. Poi venivi spogliato di ogni tuo avere, dai vestiti alle fotografie, dai documenti ai pochi oggetti di valore che potevi avere addosso, e l&#39;unica cosa che potevi indossare era una tuta da lavoro; in questo modo eri agli occhi di chiunque indistinguibile, anche perché i capelli ti venivano tagliati, la barba anche, e non vi era più modo di autodeterminarsi, di differenziarsi rispetto agli altri. Infine venivi privato del tuo nome, divenivi un numero, uno dei tanti. E chissà quanti si sono dimenticati, a causa delle sofferenze patite, il proprio nome, la propria storia, il proprio vissuto.</p>
<p>
	L&#39;uomo ha la necessità di distinguersi per, innanzi tutto, ritrovarsi giorno dopo giorno, riconoscersi, rincontrarsi, e poi per farsi ditinguere, ritrovare, riconoscere, rincontrare dagli occhi degli altri. Ma questo è stato assolutamente reso impossibile ad Auschwitz, così come negli altri campi di concentramento. E così, oltre alla violenza, all&#39;odio, al Male, nei campi regnavano anche l&#39;alienazione, l&#39;annullamento.</p>
<p>
	Solo a pensarci mi vengono i brividi, e credo che io in un contesto del genere impazzirei molto, molto in fretta. Perché in modo quasi naturale spesso, a partire dal corpo, ma senza alterarlo, mi sono trovato, da sempre, a distinguermi dagli altri: da quando ho quattro anni ho periodicamente portato i capelli lunghi, da quando mi sono spuntati i primi peli sul viso ho quasi sempre tenuto la barba, e mai ho pensato a rasarmi il petto, tanto meno le braccia o le gambe. Mi son sempre ritrovato nel mio aspetto, e spesso il mio aspetto mi ha contraddistinto in vari ambiti, rendendomi anche, in certe circostanze, ad essere oggetto di prese in giro e di scherno. Allo stesso tempo ho comunque sempre cercato di essere coerente al mio aspetto, poiché quest&#39;ultimo dev&#39;essere lo specchio dell&#39;essenza. Ecco, quei milioni di detenuti dei campi di concentramento sono stati privati del loro aspetto, del loro specchio, è stata negata loro la possibilità di mostrarsi agli altri. E per gli Ebrei il discorso era già cominciato quando ancora erano &quot;liberi&quot;, ma ghetizzati nelle grandi città europee dominate dal nazismo. Può sembrare un discorso inutile, poco importante di fronte all&#39;orrore dei numeri a sei zeri che rappresentano le vittime della follia di Hitler. Ma si ricade nello stesso discorso: i morti sono numeri, non una lista infinita di nomi. Pensate se anziché dirvi: &quot;durante l&#39;egemonia nazista, in Europa sono stati perseguitati ed uccisi quindici milioni di ebrei&quot;, vi dicessero&quot; &quot;L&#39;egemonia nazista, che ha perseguitato per dodici anni gli ebrei, ha portato alla morte di Aaron, Marco, François, Yvonne, Mary, Catiuscia, etc etc&quot;, e per ogni nome vi venisse raccontata la storia che quel nome ha rappresentato. Per qualche mese, per alcuni anni, per mezzo secolo. Certo, sarebbe una cosa lunga raccontare 15 milioni di storie. Ma penso ne basterebbero due o tre per capire chiaramente che piaga assurda sia stato Adolf Hitler (ed i suoi alleati italiani e spagnoli) per il mondo intero, quanto sia assurdo rievocarlo adesso, quanto sia malato il provare a giustificare i campi di concentramento richiamando gli errori di altri (leggasi foibe o gulag); perché sia chiaro, non è che se qualcun altro sbaglia automaticamente cancella il tuo errore, semplicemente mostra al mondo che anche lui ha i suoi terribili scheletri nell&#39;armadio.</p>
<p>
	L&#39;alienazione è una delle più pericolose meccaniche che possa investire un uomo, una comunità, una categoria, una nazione intera. E fa strano pensare che un filosofo tedesco dell&#39;800, George Hegel, abbia parlato di alienazione portata dal lavoro industriale, dall&#39;impossibilità dell&#39;operaio, una volta inserito in catena, di riconoscersi in ciò che produce. Che sia salariato come nelle fabbriche o che sia forzato, imposto, fino a renderlo causa di morte nei campi di sterminio, poco cambia. E fa ancora più strano pensare a come un assioma della filosofia del cristianesimo protestante sia stato leggermente modificato e reso il manifesto di Auschwitz: Arbeit Macht Frei, Il lavoro rende liberi. E del resto il protestantesimo ha aperto la strada proprio alla soggiogamento dell&#39;operaio durante le rivoluzioni industriali: caro fedele, vai e spaccati la schiena sedici ore nelle fonderie, al telaio, nelle miniere; soffrirai la fame, vivrai in miseria, morirai giovane; ma tranquillo, c&#39;è il paradiso che ti aspetta. E sempre il protestantesimo ha dato modo agli industriali di essere il più spietati possibile, perché se è vero che nella dottrina protestante si parla di non-importanza degli atti compiuti in vita, è anche vero che se quando la morte ti coglie lo fa circondata dalle tue ricchezze, il tuo posto in paradiso non solo sarà confermato, ma reso ancora più meraviglioso dagli optional che potrai &quot;comprarti&quot; con i tuoi tesori terreni. Roba da pazzi, no!?</p>
<p>
	E tutto ciò cosa ha portato? Ha portato a ridurre ad oggi il ricordo unanime, il cordoglio periodicizzato, lo stringersi attorno a chi ancora porta i segni di questa mattanza. Ma ci si dimentica di tutto ciò il giorno dopo, oltre a neanche rendersi conto che i segni di questa mattanza ce li abbiamo ancora ben visibili addosso. &quot;Il fascismo è una diretta conseguenza del capitalismo&quot;, tant&#39;è che ne abbiamo le dimostrazioni ogni giorno. Cos&#39;è il fondamentalismo islamico? Fascismo. Cos&#39;è l&#39;interventismo americano in ogni zona del mondo che non accetta di sottostare alle sue leggi di mercato? Fascismo. Cos&#39;è il massacrare psicologicamente milioni di lavoratori in Italia, costringendoli o a lavorare fino a pochi anni dalla morte naturale o mettendoli nella condizione di non lavorare mai, perché lavoro non ce n&#39;è, o meglio non lo si vuole rendere disponibile, perché gli investimenti vanno indirizzati in settori che interessano a pochi, a volte a nessuno, anziché per sfruttare terreni fertili in grado di fornire lavoro e benessere a tutti? Fascismo (Ah già, però il fascismo in Italia ci ha dato le pensioni, &quot;Mussolini ha scritto anche poesie&quot; e le opere di bonifica ci hanno regalato la splendida Latina. Il fascismo ha fatto anche cose buone, già, me ne dimentico sempre, e di conseguenza è una cosa meravigliosa&#8230;).</p>
<p>
	Sfruttiamole a pieno, queste giornate di commemorazione: che sia la giornata in ricordo della Shoah, che sia la Festa dei Lavoratori, la Festa della Donna, la Festa della Liberazione. Sfruttiamole a pieno, risvegliamo i nostri interessi riguardanti le dinamiche che hanno portato alla necessità di queste giornate&#8230; forse un giorno saranno inutili, e lo spero davvero. Quando diventeranno inutili sarà perché sono stati così interiorizzati i motivi che le hanno determinate e le cause che portano avanti, che saranno un elemento innato di ognuno di noi.</p>
<p>
	&nbsp;</p>
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		<title>Quante amnesie nella giornata della memoria&#8230;</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Jan 2013 01:58:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[LiberaRete Emilia Romagna]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Foibe]]></category>
		<category><![CDATA[Giornata della Memoria]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Quante amnesie nella Giornata della memoria&#8230;   di Paola Staccioli Nel 2000 è stata istituita la Giornata della memoria. Il 27 gennaio, anniversario della liberazione dei prigionieri sopravvissuti nel campo di sterminio di Auschwitz. Quante amnesie da allora l’hanno caratterizzata. Si è parlato di liberazione da parte degli Alleati, dimenticando che i cancelli sono stati [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="text-align: justify;"><strong><span style="color: #000000;">Quante amnesie nella Giornata della memoria&#8230;</span></strong></h1>
<hr />
<h3 style="text-align: justify;"><span style="color: #ff0000;">  di Paola Staccioli</span></h3>
<p style="text-align: justify;">Nel 2000 è stata istituita la Giornata della memoria. Il 27 gennaio, anniversario della liberazione dei prigionieri sopravvissuti nel campo di sterminio di Auschwitz. Quante amnesie da allora l’hanno caratterizzata. Si è parlato di liberazione da parte degli Alleati, dimenticando che i cancelli sono stati abbattuti dai sovietici, dall’Armata Rossa. Si sono sottovalutati la forza della resistenza e il prezzo di sangue pagato dall’Unione sovietica per la vittoria. Si sono giustamente organizzate iniziative dedicate alla Shoah, ma nello stesso tempo si sono spesso dimenticati altri stermini. Il Porrajmos, la strage di Rom e Sinti nei lager nazisti. Quello dei “triangoli rosa”, ovvero gli omosessuali, e dei “triangoli rossi”, ovvero i detenuti politici. Antifascisti, comunisti, partigiani rinchiusi, torturati e assassinati nei campi di concentramento e nelle carceri fasciste e naziste. Si è sminuito il ruolo degli operai e dei comunisti nella Resistenza, si sono tentate periodiche equiparazioni fra i partigiani e i “ragazzi di Salò”, si è operata una strumentalizzazione delle foibe, con il Giorno del ricordo del 10 febbraio. Questo e altro si è detto e si dice. Rimuovendo talvolta anche il fatto che le stesse vittime degli “stermini dimenticati” tutt’oggi sono oggetto di pesanti discriminazioni.</p>
<p style="text-align: justify;">In realtà di amnesia non si tratta. Ma di una falsificazione della storia volta a esorcizzare il fatto che il Novecento ha visto lo scontro tra due inconciliabili concezioni del mondo, dei rapporti sociali e di produzione. Da una parte, ideologie totalitarie, fondate sulla supremazia della razza e la prevaricazione dei più deboli, dall’altra i valori della solidarietà, dell’egualitarismo, della giustizia sociale, della liberazione dal lavoro salariato e dall’oppressione. L’obiettivo è proporre una ignobile equazione fra comunismo e nazismo, una pacificazione senza giustizia. In nome della condanna di tutte le violenze, di tutti i “totalitarismi”, si mettono sullo stesso piano percorsi umani e collettivi di oppressi e oppressori, carnefici e vittime.</p>
<p style="text-align: justify;">Il Novecento non ci ha lasciato in eredità quel mondo liberato dalle ingiustizie e dalla mercificazione dei rapporti per il quale molte donne e uomini si sono battuti. Le ragioni ideali, ma anche oggettive, delle lotte di un tempo sono tuttora presenti nella materialità delle nostre vite. Le ricchezze sono sempre più concentrate nelle mani di pochi, la sopraffazione permea le relazioni internazionali, le guerre continuano a provocare devastazioni in nome di un presunto ordine mondiale, buona parte dell’umanità è depredata da un esiguo nucleo di potenze. Oggi come ieri, è quindi necessario un forte impegno per costruire un mondo migliore. Oggi come ieri, quei valori di giustizia, libertà, solidarietà che animarono molti antifascisti sono obiettivi da perseguire con determinazione. Contro ipotesi autoritarie mai sopite, di cui le rivisitazioni storiche sull’antifascismo e sulla Resistenza sono uno dei segnali, che dimostrano come sia impossibile e strumentale l’idea di una memoria condivisa. Se dunque un “revisionismo” è necessario, è sicuramente opposto a quello imperante. Una analisi che rifiuti visioni addomesticate e livellanti e ristabilisca, anche nei suoi tratti più aspri e “scomodi”, i reali connotati dei conflitti del Novecento, compresi quelli della seconda metà del secolo.</p>
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		<title>GIORNATA DELLA MEMORIA : Il Memoriale dimenticato ad Auschwitz- con sottotitoli</title>
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		<pubDate>Sun, 27 Jan 2013 20:05:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[onA.I.R.]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Memoria]]></category>
		<category><![CDATA[Auschwitz]]></category>
		<category><![CDATA[Olocausto]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Il Memoriale dimenticato Allo Spazio Heart di Vimercate in occasione della Giornata della Memoria dal 22 al 29 gennaio è aperta la mostra Auschwitz &#8211; Blocco 21 a cura di Elisabetta Ruffini, che racconta tra luci e ombra la storia del Memoriale Italiano alle vittime dei campi di sterminio. La mostra è stata inaugurata da [&#8230;]</p>
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				<content:encoded><![CDATA[<h1 style="color: blue;">Il Memoriale dimenticato</h1>
<p>Allo Spazio Heart di Vimercate in occasione della Giornata della Memoria dal 22 al 29 gennaio è aperta la mostra Auschwitz &#8211; Blocco 21 a cura di Elisabetta Ruffini, che racconta tra luci e ombra la storia del Memoriale Italiano alle vittime dei campi di sterminio.<br />
La mostra è stata inaugurata da una tavola rotonda con la storica Elisabetta Ruffini , direttrice dell&#8217; Isrec di Bergamo.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sottotitoli a cura di Elena Graziosi per onA.I.R.</em></p>
<p>&#8220;Fonte: http://www.youtube.com/watch?v=8lN3cWuDYL0&#8243;
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