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di Laura Bottai
Trattato europeo, pareggio di bilancio, nessuna prospettiva per un lavoro dignitoso, o uno stato sociale garante dei minimi diritti, nessun futuro: questo è l’oggi. Se vale per gli uomini, per le donne vale ancora di più: più povere, più precarie, più disoccupate, colpite anche nella pensione, dopo avere svolto il doppio, triplo lavoro tutta la vita.
Il tutto sta nel binomio patriarcato/capitalismo, le due facce di uno stesso dominio materiale e culturale, da quando, con la rivoluzione industriale i gruppi di potere capitalistico fecero del patriarcato, assai più antico e sperimentato, uno strumento di discriminazione, di divisione e indebolimento della classe operaia e delle/degli sfruttati, contrapponendo tra loro i due sessi.
La liberazione delle masse di oppressi sarà praticabile solo se si interviene parallelamente contro la cultura capitalista e patriarcale, disvelando la falsità degli stereotipi con cui si forgia il senso comune, il pensiero, la cultura che discrimina un sesso, quello femminile.
Usate malamente secondo la bisogna, noi donne siano adoperate e spremute più degli uomini: vessate dagli stessi compagni che ci delegano la cura di tutti e di tutto; sfruttate per creare nemici da combattere sotto mentite spoglie, come gli stranieri brutti, sporchi e cattivi, che abusano delle “nostre” donne.
Male informate, scorticate per delegittimare la legge e chi la gestisce, quando la Cassazione (è di questi giorni) mette rimedio ad una legislazione antidemocratica dettata da populismo di basso profilo a fini di consenso. E poco importa quanto sia radicata nella vita quotidiana la cultura dello stupro, quanto e come sia normalizzata – e perfino giustificata! – la violenza sessuale nella nostra società, o quanti magistrati siano capaci di riconoscere la gravità del reato di violenza di genere e adottare misure cautelari adeguate a proteggere le donne.
Capire ciò non significa sostenere laconicamente le donne, ma ha a che fare con lo sfruttamento di classe, con i problemi del lavoro, del depauperamento di larga parte della nostra collettività: la violenza così “normalizzata” ha relegato le donne italiane nell’anonimato e con esse i problemi di disoccupazione, emarginazione e discriminazione.
Alcuni dati:
Ma in quali condizioni lavorano le donne?
Infortuni sul lavoro
Malattie professionali
L’elenco potrebbe continuare, ma è sufficiente a far comprendere che non si può fare come se ciò non fosse, perciò serve cambiare rotta.
Un movimento come il nostro può e deve farlo, partendo dalla presa di coscienza dell’importanza della differenza di genere, come critica di modelli astratti, e dell’impiego di variabili differenziate nelle indagini.
Non si tratta di definire esigenze egualitarie come necessarie per le donne, formulando alcune politiche a loro misura; quel che occorre è avviare un’economia non basata esclusivamente sulla distribuzione del reddito, o sul PIL, ma capace di riscrivere un nuovo paradigma di sviluppo, senza alcuna forma di discriminazione, in un panorama in cui il riconoscimento e la valorizzazione delle differenze sono i presupposti affinché le capacità delle donne diventino ricchezza e sviluppo per tutte e tutti.
L’economia femminista, sta continuamente dimostrando che modelli alternativi possono esserci; oggi è ormai dimostrato che le asimmetrie di genere sono inefficienti, pure dal punto di vista economico, e l’ineguaglianza rappresenta un costo, per le donne e per l’intera popolazione; al contrario, la riduzione delle ineguaglianze tra i sessi risulta costantemente uno dei fattori chiave della crescita economica, poiché tiene conto di come si distribuiscono e si ripartiscono le risorse, nell’interesse di donne e uomini, intervenendo prima di tutto nella riduzione della povertà (le donne sono più povere in ogni parte del pianeta) e quindi praticando un utilizzo migliore delle ricchezze.
O siamo come tutti, come sempre, o siamo altro, diversi, determinai a cambiare, consapevoli che vuole più coraggio, perché “mala tempora currunt”… così, mentre ci fregano anche l’articolo 18, per distrarci un po’, chiamano le donne a reagire per una sentenza che la stragrande maggioranza nemmeno conosce. Noi dobbiamo impedirlo. Per rendere giustizia alle donne e agli uomini, per riscrivere un contratto sociale e politico tra diversi, non diseguali.
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